Arancini e marionette

Una bella storia d'amore novese

L’autore

Salvatore Sacco è nato a Porto Empedocle (Agrigento) nel 1951. Di sé dice: «Scrivere è una passione che nasce dalla voglia di raccontare ad altri le proprie emozioni. Quando scrivo non faccio altro che conversare con me stesso rivolgendomi ad una platea più ampia. Scrivo perché mi piace, mi diverte e so che così facendo mi distraggo dalle storture della vita. Oggi, mentre l’umanità sta consegnando il mondo nelle mani di pochi potenti e sembra precipitare sempre più nella barbarie, scrivere o leggere un buon libro è un modo, secondo me il migliore, per evadere dall’imbecillità umana».

Salvatore Sacco ha pubblicato per Edizioni Epoké di Novi Ligure I ragazzi della Pieve (2028), Novi-Vigata. Un treno carico di emozioni (2020), Monello. Il partigiano di Novi (2021), Anime perdute (con lo pseudonimo Moloc, 2022).
Sempre con lo pseudonimo Moloc ha pubblicato Morituri, De Ferrari Editore, Genova 2023.

I testi

A pensarci bene quell’amore tra Ilda e Guido era la storia d’Italia di quegli anni.
Gli italiani del nord vedevano i nuovi arrivati con sospetto. Le stesse problematiche c’erano anche al contrario: era un’Italia che non si conosceva e si an- nusava diffidente. Salvo poi, stabilendo un contatto personale, ritrovarsi a dire: «Tu sei diverso dagli altri» (chissà come erano gli altri).
Alla fine, checché ne dicano alcuni irriducibili, noi italiani siamo tutti uguali. Ho sentito gente del nord cantare Pino Daniele in napoletano e figli del sud, dimentichi delle proprie origini, denigrare i meridionali del mondo.
In poche parole: ho visto cose che voi umani…

Salvatore Sacco

Arancini e marionette  

Una bella storia d’amore novese

 

I FuoriCollana

ISBN-13: 978887536572-1

2025

pp. 186

cm 14×21

€ 19,00

Juke box

Non pensavo ancora all’amore, però, quel ragazzo, Guido, cominciava ad insinuarsi sempre più prepotente nei miei pensieri.
Era simpatico ed aveva uno sguardo buono e sempre sorridente.
Quando ci incontravamo a casa sua, mi trattava con la benevolenza che si riserva ad una bambina, anche se, nonostante avessi solo quattordici anni, fossi più matura della mia età, sia fisicamente che mentalmente.
In quegli anni la gioventù novese, durante l’estate si divertiva a frequentare il Parco Castello dove c’era un bar provvisto di juke box con abbinata una piccola pista da ballo.
Era un bel posto, c’era tanto verde e in un lato, vicino alla casa del guardiano, svettava e ancora svetta l’antica torre residuo di un vecchio castello medievale. La torre era il nascondiglio prediletto per le giovani coppiette che cercavano un po’ d’intimità. Bastava pagare una monetina e il guardiano, oltre a farti entrare senza fare storie, si faceva i fatti suoi.
Tramite la mia amica Ada ero venuta a sapere che nel tempo libero Guido, appassionato ballerino di rock ’n roll, era solito frequentare quel bar; allora anche io, quando mi era possibile eludere la sorveglianza dei miei genitori, mi recavo al Parco Castello.
Oggi mi dicono che nessuno, o quasi, frequenta più il parco. Ma allora era la valvola di sfogo per tanta gente. Ovunque c’erano bambini di tutte le età che giocavano. C’era chi lo faceva correndo dietro un pallone, chi giocava a rimpiattino, al fazzoletto o semplicemente sfruttando le altalene e la ruota girevole. Insomma, c’era tanta allegria. Anche gli anziani, seduti nelle granitiche panchine sotto gli alberi secolari, prendevano il fresco e mettevano allegria. La pace e la tranquillità che si viveva in quel polmone verde ti dava l’impressione di aver fatto un salto indietro nel tempo, fuori dalla caotica vita della città. Di contrappasso, però, a ricordarci che eravamo ancora nel presente, c’erano i giovani, quelli un po’ più grandicelli. Questi, a ridosso del magico juke box come indiani bellicosi intorno al totem, si scatenavano sulla pista da ballo bombardati dal frenetico ritmo del rock n’ roll. Le coppie che si esibivano sembrava facessero a gara a chi era più bravo. Il premio per la coppia migliore era semplicemente l’aver suscitato invidia negli altri, quindi la notorietà.
Anche Guido ballava, e spesso cambiava compagna. Sembrava che tutte volessero cimentarsi con lui.
Io me ne stavo in disparte, guardavo le ragazze che ballavano con lui e le invidiavo.
Si può dire che non lo conoscevo nemmeno, eppure, chissà perché, nel vederlo ballare mi arrogavo il diritto di criticare il cattivo gusto nella scelta delle ragazze con cui si esibiva. In tutte trovavo un difetto più o meno raccapricciante: «Quella ha le gambe storte, quell’altra è cicciona e l’altra ancora: ma non si guarda allo specchio prima di uscire di casa?», ne avevo per tutte. Sarò mica stata gelosa? Ebbene sì, cominciavo a provare un po’ di gelosia per quel ragazzo così carino. Prima di quel pomeriggio ero sempre stata io a suscitare quel sentimento nelle altre ragazze, mentre oggi, già consapevole che mi stavo innamorando, ne ero inconsapevolmente la vittima.

* * *

Io c’ero

Io c’ero. Ero lì, da qualche parte e sentivo. Magari non capivo, avevo solo nove anni. Non capivo il significato della discussione ma ne intuivo la serietà del tema.
Sentivo la nonna che con pazienza redarguiva lo zio Guido dicendole: «Lascia stare questa ragazzina. La vuoi capire che è troppo giovane per te. Il signor Gino e la signora Tina hanno ragione, lascia che finisca la scuola, che diventi maggiorenne e poi, se son rose fioriranno. Lasciala studiare tranquillamente. Lei è una bambina e certe cose non le capisce ancora. Sei tu l’uomo, sei tu che devi ragionare. Hai l’età per farlo e per capire, quindi comportati in modo che anche lei capisca. Non puoi rovinare così una brava ragazza».
Come ho già detto, ascoltai quelle parole ma non ne capii il senso. Oggi mentre scrivo queste pagine ne capisco il significato, ma non so comunque dare il giusto peso alle parole d’allora. Chi aveva ragione? mi domando. Senz’altro mia nonna: lei ragionava da mamma. Forse Ilda: lei magari non ragionava, ma pensava col cuore. O magari, chissà, aveva ragione Guido: lui all’epoca era un ragazzo leggermente scapestrato e, come si dice, gli piacevano più i rotti che i sani. A questo punto la ragione non poteva che essere della famiglia Pallavicini. Loro amavano Ilda, e su Guido, oltre alla colpa di essere un ragazzo inaffidabile, pesava il fatto di essere siciliano, per quel tempo un’aggravante da valutare seriamente.

Guido, dalla famiglia Pallavicini fu ben presto rivalutato. Dai vecchi, Gino e Tina, fu amato come un figlio, mentre per Feli, Piero e Natalino divenne un quarto fratello.
Quindi la mia domanda: «Chi aveva ragione?» resta insoluta. Ovviamente la mia è una domanda retorica, perché oggi, dopo sessantacinque anni, due figli, cinque nipoti e un amore riconosciuto da tutti i novesi d’allora, non lasciano dubbi: la ragione era dalla parte di Guido e Ilda. Il loro amore si è dimostrato ragione sufficiente a fugare ogni dubbio.

Leggevo queste righe, conoscevo i personaggi, eppure avevo l’impressione di essermi perso qualcosa. Noi siamo sempre convinti di sapere tutto delle persone che ci stanno attorno. Pensavo di conoscere la loro storia d’amore, quella di Guido e della zia Ilda. Pensavo di sapere, ma non ero a conoscenza dei particolari. Ora che li ho letti nel piccolo romanzo (Ricordi di una storia d’amore) scritto da lei, se prima la chiamavo semplicemente, Ilda, oggi, penso con orgoglio, di avere il diritto di chiamarla Zia Ilda.

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